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GIOVEDI’ 12 GENNAIO
ORE 21.15
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Anno 2011
- Durata 95’
- Origine ITA
- Genere COMMEDIA
- Regia FRANCESCO BRUNI
- Attori Filippo Scichitano, Fabrizio Bentivoglio, Barbara Bobulova, Vinicio Marchioni
Scialla racconta di Luca, un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e inconsciamente alla ricerca di una guida, e di Bruno, un professore senza figli che ha lasciato l'insegnamento per rifugiarsi nell'apatia delle lezioni private. Bruno non è mai stato una guida neppure per se stesso ma la sua flemmatica quotidianità subisce un'improvvisa accelerazione quando l'uomo scopre che Luca è suo figlio. L'alunno ribelle ed il professore malinconico si trovano costretti ad una convivenza forzata che apre a ciascuno la misteriosa esistenza dell'altro.
“...un film che trova una sua collocazione originale nel panorama del cinema italiano contemporaneo. Perché Francesco Bruni non vuole proporci l’ennesima commedia generazionale, non vuole spacciarci volgarità a buon mercato ma nemmeno propinarci un’opera prima ‘autoriale’. Vuole qualcosa di più e di diverso. Ci vuole innanzitutto ricordare che una sceneggiatura che funzioni ha bisogno di un costante ancoramento alla realtà. Bruni racconta un adolescente ‘vero’ non un ragazzo immaginato al chiuso di una stanza e poi riversato sulla tastiera di un iPad. Così come nell’inedia di Beltrame ritrae una parte di questa nostra società italiana che si è ormai ritratta, per perdita di fiducia anche nelle proprie capacità, dall’interazione.L’incontro tra Bruno e Luca cambia tutti e due ma senza che sia necessario spingere sull’acceleratore della commozione che la relazione padre non conosciuto/figlio avrebbe potuto suggerire. Molto più semplicemente ed efficacemente Scialla! ci dimostra e dimostra che anche l’adolescente più recalcitrante e apparentemente impermeabile a ogni stimolo che vada al di là dei bisogni primari è alla ricerca (molto spesso inconsapevole) di una guida. Nel film non c’è mai un momento in cui si possa individuare il benché minimo sentore di un atteggiamento predicatorio. Eppure riesce a ricordarci quanto famiglia e scuola debbano trovare una convergenza d’intenti che abbia al centro i ragazzi. Sempre più difficili da comprendere ma forse proprio per questo più bisognosi di sostegno. Lo fa con il romanesco brillante di Luca e con il veneto (meglio ancora:il padovano) sornione di Bruno. Facendoci ridere e sorridere ma con i neuroni in attività.”
(Giancarlo Zappoli, su mymovies.it)
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GIOVEDI’ 19 GENNAIO
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 143’
- Origine GER
- Genere MUSICAL
- Regia WIM WENDERS
- Attori Pina Bausch, Regina Advento, Malou Airaudo, Ruth Amarante
Il film Pina è il tributo di Wim Wenders all'arte unica e visionaria della grande coreografa
tedesca, morta nell'estate del 2009. Il regista ci guida in un viaggio sensuale e di grande
impatto visivo, seguendo gli artisti della leggendaria compagnia sulla scena e fuori, nella
città di Wuppertal, il luogo che per 35 anni è stato la casa e il cuore della creatività di Pina
Bausch.
“...In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova la materia che sa impastare, l'emozione e
l'energia che mancavano da tempo al suo cinema. Portando i componenti dell'ensemble di
Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders
fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una
tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza
via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica. Completano il film le interviste alle
persone che hanno ballato con Pina, uomini e donne, nuove leve e suoi coetanei,
provenienti da tutto il mondo. Wenders li riprende in silenzio e associa la voce in over,
come a voler estrapolare i loro pensieri, in un movimento circolare che rincorre la loro sete
di carpire ciò che la maestra, tanto amata e temuta, pensava di loro o sentiva danzando,
dietro un silenzio che difficilmente interrompeva, se non per ammonire: "continuate a
cercare". Lei, che un suo stretto collaboratore ricorda con l'immagine della sua casa, come
un grande attico pieno di cose, si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori,
restituendo loro un'immagine di rara forza, che cozzava col suo corpo scheletrico e il volto
esangue. Wenders stesso sembra essersi cibato di quella forza, averne ingurgitato un
boccone che gli è entrato in circolo e ce lo ha restituito più "in vena" che mai.”
(Marianna Cappi, su mymovies.it)
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GIOVEDI’ 26 GENNAIO
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 93’
- Origine GER, FRA
- Genere COMMEDIA
- Regia AKI KAURISMAKI
- Attori André Wilms, Kati Outinen,
Jean-Pierre Darroussin, Elina Salo
Marcel Marx, un ex scrittore rinomato e bohemien, volontariamente si trasferisce in esilio
nella città portuale di Le Havre, dove la sua professione onorevole, ma non redditizia, di
lustrascarpe, gli dona la sensazione di essere più vicino alla gente. Mantiene viva la sua
ambizione letteraria e conduce una vita soddisfacente nel triangolo formato dal pub
dell'angolo, il suo lavoro e sua moglie Arletty, quando il destino mette improvvisamente
nella sua vita un bambino immigrato proveniente dall'Africa nera.
“...Figurine d’Epinal, sono stati definiti da un critico in vena di equivoci sulla questione della
morale al cinema, i personaggi del film di Kaurismaki. Ne vorremmo vedere tante, di
figurine così. Peccato che solo il regista finlandese possieda il segreto che gli consente di
trasformare quella che, in mani altrui, sarebbe una favoletta lastricata di buone intenzioni
in una lezione di cinema su temi di grande attualità.Le atmosfere sono quelle di Vita da
Bohème (l’altro film francese di Aki), ma cambia il contesto. Il protagonista viene da lì,
però questa volta Marcel Marx (un grandissimo André Wilms) fa il lustrascarpe nella cittàporto
di Quai des brumes (Alba tragica di Marcel Carné). Quando la polizia scopre un
gruppo di immigrati in un container, scatta una gara di solidarietà fra gli abitanti del
quartiere per nascondere il giovane clandestino che vorrebbe raggiungere il fratello a
Londra. Piccoli bottegai dal cuore d’oro e derelitti emarginati contro borghesi spioni e tutori
della legge (ma c’è anche un commissario pronto a chiudere un occhio per amore di
un’ex). Kaurismaki stempera il realismo poetico d’antan con il fatalismo tipico della sua
visione del mondo. Che questa volta, però, non prevale. La rivincita dei diseredati, che
evoca l’ottimismo di Zavattini, è un’opzione filmica tra le possibili, un appello alla
resistenza contro l’ottusità del mondo, affidata alla parte sana di una società
irrimediabilmente malata. Come la moglie del lustrascarpe (Arletty!), che un “miracolo”
strappa a un destino apparentemente segnato, senza che la trovata risulti zuccherosa o
fuori luogo. Merito della fiducia assoluta nel cinema che consente a Kaurismaki di osare
l’inosabile, sfidando la realtà sul terreno della mozione degli affetti. Il vero miracolo, in
fondo, è quello di un film dove non c’è una sola inquadratura di troppo, una battuta
superflua, un dettaglio fuori posto. Immenso Kaurismaki, che ha avuto l’ardire di fare un
film massimalista travestito da racconto minimalista.”
(Alberto Barbera, su cinematografo.it)
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GIOVEDI’ 2 FEBBRAIO
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 123’
- Origine IRAN
- Genere DRAMMATICO
- Regia ASGHAR FARHADI
- Attori Sereh Bayat, Sarina Farhadi, Leila Hatami, Kimia Hosseini
Decisa a lasciare l'Iran, Simin, d'accordo con il marito Nader sono pronti a partire
insieme alla figlia Termeh. Ma quando Nader decide di non partire più, perchè non
se la sente di lasciare solo il padre malato di Alzheimer, Simin chiede il divorzio
che, però, le viene rifiutato...
“Una Separazione è apparentemente una storia di gente comune, due famiglie alle prese
con problemi quotidiani più o meno universali (la fine di un matrimonio, un padre anziano
malato di Alzheimer e bisognoso di cure continue, la disoccupazione, una figlia alle soglie
dell’adolescenza per la quale si vorrebbe solo il meglio…) sullo sfondo dei contrasti e delle
contraddizioni, delle rigide convenzioni sociali, della differenza fra classi e degli antiquati
dogmi religiosi che minano la società mediorientale di oggi.
E’ un film di sguardi, di primi piani strettissimi, di silenzi fragorosi e di dialoghi serrati. E’ un
film politico pur senza parlare apertamente di politica; è un dramma psicologico profondo e
complesso nonostante la trama appaia semplice e lineare. Asghar Farhadi sceglie una
chiave quasi documentaristica per seguire le vicende dei personaggi, tutti molto ben
caratterizzati, attraverso l’occhio attento della telecamera a mano che li segue a distanza
ravvicinata. Non ci sono buoni o cattivi fra i protagonisti - tutti splendidamente interpretati,
particolarmente incisive le performance di Sareh Bayat e della giovanissima Sarina
Farhadi - ma solo persone con personalità e back-grounds molto differenti, ciascuno
aggrappato alle proprie ragioni ed alla propria verità.”
Orso d’Oro per il Miglior Film, Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Femminile,
Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Maschile, Ecumenical Jury Prize; Peace
Award College, rappresentante iraniano per la corsa all’oscar.
(da cinematografo.it)
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GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 90’
- Origine FRA
- Genere DRAMMATICO
- Regia ROBERT GUEDIGUIAN
- Attori Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gregoire Leprince, Anais Demoustier
A discapito del recente licenziamento, la vita di Michel scorre tranquilla e felice
insieme alla moglie, i figli ed i nipoti, almeno sino a quando dei ladri non irrompono
nella loro abitazione e dopo averli picchiati li derubano. Quando si viene a sapere
che il colpo é stato organizzato da Christophe, un ex collega di Michel, licenziato
insieme a lui, che deve mantenere i suoi due fratellini dopo che la madre li ha
abbandonati, Michel e sua moglie decidono di prendersi cura dei fratelli di
Christophe, sino a quando questi non esca dal carcere.
“Un film dalle forti tematiche, sulla realtà del sindacato operaio (anche se non si tratta di
un film a tesi) e degli errori in buona fede in cui può incorrere chi lotta per la classe. Le
nevi del Kilimangiaro è un film che potrebbe essere stato girato trenta anni fa, con un
tocco leggero, spesso divertente, riesce a toccare argomenti estremamente scottanti e a
far commuovere il pubblico per l’umanità calorosa rappresentata dalla coppia dei
protagonisti. Difficile non trasformare un film che inizia con il licenziamento di un ultra
cinquantenne in un dramma sociale alla Ken Loach, in questo caso le periferie medio
borghesi di Marsiglia fanno da sfondo a un racconto che potrebbe ricordare più lo spirito di
Frank Capra che quello del realismo di un certo cinema politico. Interessante il punto di
vista dei due protagonisti, operai in lotta negli anni Settanta che ora si trovano ad aver
conquistato il loro piccolo benessere borghese, ma il cui spirito li spinge ancora a
compiere delle scelte anticonformiste e che potrebbero non essere capite dai figli e dagli
amici che gli stanno vicino.
Il cast, su cui spiccano Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan,
interpreta senza eccessi l’anima nobile del cinema operaio di Robert Guédiguian, uno
sguardo disincantato e romantico su un mondo che rischia di non esistere più.”
(Carlo Prevosti, su cineblog.it)
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ALMANYA - La mia famiglia va in Germania |
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GIOVEDI’ 16 FEBBRAIO
O
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 97’
- Origine GER
- Genere COMMEDIA
- Regia YASEMIN SAMDERELI
- Attori Fahri Ogun Yardim, Arnd Schimkat, Aykut Kayacik, Petra Schmidt-Schaller
Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni
'60 e giunta ormai alla terza generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin ha
finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora vorrebbe farsi
accompagnare fin lì da figli e nipoti per risistemarla. Malgrado lo scetticismo iniziale, la
famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d'origine si
intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (Almanya in turco), quando la
nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere. Lungo il tragitto, però, vengono a
galla molti segreti del passato e del presente e tutta la famiglia si troverà ad affrontare la
sfida più ardua: quella di restare unita.
“L’opera prima di Yasemin Samdereli, sceneggiata dalla stessa regista insieme alla sorella
Nesrin, è una commedia gradevolissima che diverte con grande ironia e commuove senza
essere stucchevole.
Prendendo spunto da ricordi d’infanzia ed esperienze personali, le sorelle Samdereli
portano nelle sale una pellicola brillante e corale con una tematica di fondo serissima e più
che mai attuale: l’immigrazione, l’accettazione di chi - per cultura, religione o tradizioni - è
diverso da noi, il multiculturalismo. Il tono, però, è quello colorato, spesso scanzonato e
(apparentemente) leggero di alcuni film di Fatih Akin o del “nostro” Ferzan Ozpetek.
Nessun vittimismo, nessuno scenario da cronaca nera; ma un armonico e travolgente
racconto agrodolce e poetico, condito con un pizzico di comicità... Ottimo il casting. Tutti
gli interpreti sono azzeccatissimi per i propri ruoli e tutti sono perfettamente calati nella
propria parte. Bravissimi soprattutto i bambini, con un plauso particolare per il piccolo
quattrocchi amante della Coca Cola.”
(da cineblog.it, 5 dicembre 2011)
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GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO
ORE 21.15
- Anno 2011
- Durata 80’
- Origine FRA
- Genere COMMEDIA
- Regia JEAN-PIERRE AMERIS
- Attori Benoit Poelvoorde, Isabelle Carré,
Lorella Cravotta, Lise Lamétrie
Jean-René, proprietario di una fabbrica di cioccolato, e Angélique, cuoca di talento
specializzata nella cioccolata, sono due emotivi al massimo grado. La passione comune
per il cioccolato li fa incontrare. S'innamorano senza osare confessarlo e purtroppo la loro
cronica timidezza minaccia di allontanarli l'uno dall'altra. Alla fine riusciranno a vincere la
mancanza di fiducia in loro stessi e si metteranno in gioco rivelando i propri sentimenti.
“Parafrasando la frase del film, è una dolcissima "corsa verso la catastrofe" la nuova
commedia sentimentale di Jean Pierre Ameris.
"Emotivi anonimi" sfrutta l’idea del cioccolato – al cinema già utilizzata varie volte, da
"Chocolat" di Lasse Hallstrom all’italiano "Lezioni di cioccolato" di Claudio Cupellini - per
farcire una storia tanto zuccherata quanto commovente.
Benoît Poelvoorde (visto alla Mostra del Cinema di Roma 2011 in "Mon Pire Cauchemar")
e la bellissima Isabelle Carré (madre tossicodipendente nel bel “Il rifugio” di Fracois Ozon)
sono la forza, il perno e il meccanismo che fa muovere la pellicola di Ameris. Non ce ne
voglia la sceneggiatura, dichiaratamente ingenua e completamente fuori dal tempo, ma
senza la bravura dei due attori (impacciati, goffi, inquieti... insomma, davvero bravi a
fingersi innamorati) il film avrebbe rischiato di scivolare nel prevedibile e risultare
stucchevole. Invece proprio la sceneggiatura, contando sull’idea per certi versi geniale del
club per emotivi anonimi (seduti tutti in circolo ad ammettere le proprie insicurezze, è già di
per sé un’immagine notevole), pur svelando presto la propria anima di favola, riesce a non
stancare mai. Mettiamoci due attori affiatati; mettiamoci il periodo natalizio; e mettiamoci
pure il cioccolato, il regista Ameris, un po’ per merito un po’ per fortuna, è riuscito ad
azzeccare la ricetta giusta per realizzare un buon film. Magari non fa gridare al miracolo,
ma se si scarta piano come un cioccolatino indubbiamente lascia poi un buon sapore in
bocca.”
(Diego Altobelli su filmup.com)
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GIOVEDI’ 1 MARZO
ORE 21.15
- Anno 2012
- Durata 137’
- Origine USA
- Genere DRAMMATICO
- Regia CLINT EASTWOOD
- Attori Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench
Durante la sua vita, J. Edgar Hoover è diventato l'uomo più potente di tutti gli Stati Uniti d'America.
A capo dell' FBI per circa 50 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti
a nulla pur di proteggere il suo paese. Restando in carica durante i mandati di ben 8 Presidenti e
tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo
le regole per proteggere i cittadini americani. I suoi metodi erano allo stesso tempo spietati ed
eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato
un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto
paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più
importanti della nazione. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le
opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una
reputazione che era formidabile e intoccabile.
“Soprannominato ''spiccio'' per il difetto logopedico e pasciuto a oltranza nel ventre materno,
Edgar Hoover è nella finzione come nella realtà, un ragazzo che non riesce con le donne, ma che
a soli venticinque anni viene nominato direttore dell'FBI. Da semplice Bureau di 600 dipendenti,
l'agenzia investigativa americana diviene grazie a Hoover, un organo di 6000 impiegati, provvisto
di laboratori scientifici per le indagini, di schedature tramite impronte digitali e protagonista della
scena del crimine della prima metà del Novecento; quella dei gangster alla Corleone, degli attentati
durante il maccartismo e delle cospirazioni ai danni del Movimento per i diritti civili di Martin Luther
King e delle Black Panters. Una intera epoca dunque, che non poteva non risultare interessante
rivivere, ma che Eastwood non riesce a riproporre creando un dibattito, il quale meriti un
approfondimento successivo. Al lato della ricostruzione storica, si dipana poi la matassa del profilo
personale di Hoover: il rapporto d'amore con il collega Clyde Tolson e la violenza e la malattia
come unici momenti di incontro e di non negazione della propria identità omosessuale, repressa
per non tradire la madre. (...)
(Cecilia Sabelli su ecodelcinema.com)
“...Il miglior Eastwood dai tempi Lettere da Iwo Jima, ovvero qualcosa in più di Changeling:
d’altronde, Di Caprio non è la Jolie e Hoover è Hoover. Un pezzo di storia nella Storia.”
(Federico Pontiggia su cinematografo.it)
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